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Cesare Pavese
VERRA LA MORTE E AVRA I TUOI OCCHI Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Cosí li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla. Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti.
ANTENATI Stupefatto del mondo mi giunse un'età che tiravo dei pugni nell'aria e piangevo da solo. Ascoltare i discorsi di uomini e donne non sapendo rispondere, è poca allegria. Ma anche questa è passata: non sono phi solo e, se non so rispondere, so fame a meno. Ho trovato compagni trovando me stesso. Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto sempre in uomini saldi, signori di sè, e nessuno sapeva rispondere e tutti eran calmi. Due cognati hanno aperto un negozio - la prima fortuna della nostra famiglia - e l'estraneo era serio, calcolante, spietato, meschino: una donna. L'altro, il nostro, in negozio leggeva romanzi - in paese era molto - e i clienti che entravano si sentivan rispondere a brevi parole che lo zucchero no, che il solfato neppure, che era tutto esaurito. E' accaduto phi tardi che quest'ultimo ha dato una mano al cognato fallito. A pensar questa gente mi sento più forte che a guardare lo specchio gonfiando le spalle e atteggiando le labbra a un sorriso solenne. E' vissuto un mio nonno, remoto nei tempi, che si fece truffare da un suo contadino e allora zappò lui le vigne - d'estate - per vedere un lavoro hen fatto. Così sono sempre vissuto e ho sempre tenuto una faccia sicura e pagato di mano E le donne non contano nella famiglia. Voglio dire, le donne da noi stanno in casa e ci mettono al mondo e non dicono nulla e non contano nulla e non le ricordiamo. Ogni donna c'infonde nel sangue qualcosa di nuovo, ma s'annullano tutte nell'opera e noi, rinnovati così, siamo i soli a durare. Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori - noi, gli uomini, i padri - qualcuno si è ucciso, ma una sola vergogna non ci ha mai toccato, non saremo mai donne, mai ombre a nessuno. Ho trovato una terra trovando i compagni, una terra cattiva, dov'è un privilegio non far nulla, pensando al futuro. Perchè il solo lavoro non basta a me e ai miei; noi sappiamo schiantarci, ma ii sogno più grande dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi. Siamo nati per girovagare su quelle colline, senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena. DUE SIGARETTE Ogni notte è Ia liberazione. Si guarda i riflessi dell'asfalto sui corsi che si aprono lucidi al vento. Ogni rado passante ha una faccia e una storia. Ma a quest'ora non c'è più stanchezza: i lampioni a migliaia sono tutti per chi si sofferma a sfregare un cerino. La fiammella si spegne sul volto alla donna che mi ha chiesto un cerino. Si spegne nel vento e la donna delusa ne chiede un secondo che si spegne: la donna ora ride sommessa. Qui possiamo parlare a voce alta e gridare, chè nessuno ci sente. Leviamo gli sguardi alle tante finestre - occhi spenti che dormono - e attendiamo. La donna si stringe le spalle e si lagna che ha perso Ia sciarpa a colori che la notte faceva da stufa. Ma basta appoggiarci contro l'angolo e il vento non è più che un soffio. Sull'asfalto consunto c'è già un mozzicone. Questa sciarpa veniva da Rio, ma dice la donna che è contenta d'averla perduta, perchè mi ha incontrato. Se Ia sciarpa veniva da Rio, è passata di notte sull'oceano inondato di luce dal gran transatlantico. Certo, notti di vento. E' il regalo di un suo marinaio. Non c'è più il marinaio. La donna bisbiglia che, se salgo con lei, me ne mostra il ritratto ricciolino e ahbronzato. Viaggiava su sporchi vapori e puliva le macchine: io sono più bello. Sull'asfalto c'è due mozziconi. Guardiamo nel cielo: la finestra là in alto - mi addita la donna - la nostra. Ma lassù non c'è stufa. La notte, i vapori sperduti hanno pochi fanali o soltanto le stelle. Traversiamo l'asfalto a braccetto, giocando a scaldarci. LAVORARE STANCA I due, stesi sull'erba, vestiti, si guardano in faccia tra gli steli sottili: la donna gli morde i capelli e poi morde nell'erba. Sorride scomposta, tra l'erba. L'uomo afferra la mano sottile e la morde e s'addossa col corpo. La donna gli rotola via. Mezza l'erba del prato è così scompigliata. La ragazza, seduta, s'aggiusta i capelli e non guarda il compagno, occhi aperti, disteso. Tutti e due, a un tavolino, si guardano in faccia nella sera, e i passanti non cessano mai. Ogni tanto un colore più gaio li distrae. Ogni tanto lui pensa all'inutile giorno di riposo, trascorso a inseguire costei, che è felice di stargli vicina e guardarlo negli occhi. Se le tocca col piede la gamba, sa bene che si danno a vicenda uno sguardo sorpreso e un sorriso, e la donna è felice. Altre donne che passano non lo guardano in faccia, ma almeno si spogliano con un uomo stanotte. O che forse ogni donna ama solo chi perde il suo tempo per nulla. Tutto il giorno si sono inseguiti e la donna è ancor rossa alle guance, dal sole. Nel cuore ha per lui gratitudine. Lei ricorda un baciozzo rabbioso scambiato in un bosco, interrotto a un rumore di passi, e che ancora la brucia. Stringe a sè il mazzo verde - raccolto sul sasso di una grotta - di bel capevenere e volge al compagno un'occhiata struggente. Lui fissa il groviglio degli steli nericci tra il verde tremante e ripensa alla voglia di un altro groviglio, presentito nel grembo dell'abito chiaro, che la donna gli ignora. Nemmeno la furia non gli vale, perché la ragazza, che lo ama, riduce ogni assalto in un bacio e gli prende le mani. Ma stanotte, lasciatala, sa dove andrà: tornerà a casa rotto di schiena e intontito, ma assaporerà almeno nel corpo saziato la dolcezza del sonno sul letto deserto. Solamente, e quest'è la vendetta, s'immaginerà che quel corpo di donna, che avrà come suo, sia, senza pudori, in libidine, quello di lei. Nasce a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, il 9 settembre 1908. Pavese è figlio della Langa, se la sente dentro, se la porta a Torino, a Roma: quella terra è un qualcosa da cui non riuscirà mai a staccarsi, forse perchè mai troverà nulla nella sua vita che gliene desse i motivi. Nelle pagine iniziali di "Tra donne sole", il terzo racconto de "Bella estate", Pavese descrive i soccorsi prestati a Rosetta, che aveva cercato il suicidio ingoiando dei tranquillanti. Dopo pochi mesi dal ritiro del premio Strega per questo romanzo, compirà all'Hotel Roma di Torino, di fronte a Porta Nuova, ciò che Rosetta aveva tentato. Ma, a differenza della sua protagonista, nessuno arriverà a sottrarlo alla morte. Era il 27 agosto 1950. Fra le sue opere: 1936, "Lavorare stanca" 1949, "La bella estate" 1951, "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" 1952, "Il mestiere di vivere"
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